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Il Consiglio Scaltro del Venerdì - Friday's Smart Tip

Senza musica non si può vivere, o meglio, si potrebbe anche vivere, ma sarebbe tutto molto meno bello, vero, intenso.
Quello di cui abbiamo progressivamente iniziato a fare a meno, negli ultimi anni, è il supporto per la musica. Nell'era della musica liquida, del file mp3 e dei formati digitali, il cd è diventato in poco tempo un oggetto quasi d'antiquariato.
Qui trovate qualche idea per riciclare cd in disuso (buona idea per quando si "bruciano" i cd durante quelle masterizzazioni in cui qualcosa è andato storto) e anche per confezionare in modo creativo cd musicali o di immagini da regalare ad amici e parenti come bomboniera ma anche per tutte le ricorrenze che la vostra fantasia vi suggerisce.
Buon ascolto Buona visione e che il vostro fine settimana possa avere la giusta colonna sonora!



Source: huaban.com via Mara on Pinterest





Gli Afterhours portano Padania al Nuovo Teatro dell'Opera di Firenze

Dopo neanche 11 mesi dalla data di Piombino, venerdì ho rivisto gli Afterhours live
E io che credevo che non li avrei più rivisti esibirsi in un luogo bello quanto Piazza Bovio, la nostra gloriosa terrazza sul mare affacciata sull'Elba. Invece il Teatro dell'Opera di Firenze, attaccato alla Stazione Leopolda e imponente nel suo candore, è riuscito a lasciarmi senza fiato. E sommando il batticuore da live, il languore da afa e il rimescolamento ormonale che mi provoca il signor Agnelli, il risultato è stato un concerto vissuto come un getto d'acqua vaporizzato sulla pelle, le note come gocce, che scivolano e si insinuano dappertutto: mente, corpo, orecchie, lingua, cuore, mani, naso, pancia...

Neanche stavolta avevo con me la reflex. L'avevo lasciata in stanza, perché non sapevo se la ressa e la distanza mi avrebbero permesso di scattare foto, e in fondo un po' ero stanca di trascinarmi dietro il mio strumento di registrazione di emozioni preferito, tanto delizioso quanto pesante. In realtà eravamo a una distanza che il mio 17-70 avrebbe potuto coprire, e c'era tutto lo spazio per sedersi (addirittura, una volta che ci siamo alzati per cantare e ballare, le borse sono rimaste quasi sempre comodamente sdraiate ai nostri piedi), quindi sì, ho sprecato l'occasione per scattare qualche foto alla band. 

Ma non per cantare, sudare, commuovermi e perdere la voce, di nuovo. 

In ogni caso, qualche foto della serata l'ho presa dalla pagina Facebook di Te La Do Io Firenze, dove potete trovare un'intera gallery con le foto scattate da Valentina Cipriani






In realtà sono anche quella che si scioglie di brutto appena Mr. Agnelli si siede alla tastiera, perché sa che è arrivato quel momento. Il momento in cui le parole vengono fuori come i grani di un rosario, una supplica e una maledizione. Ogni volta è come la prima volta,. L'effetto che mi fa è quello, sempre. 


Come previsto, Paola e io ci siamo scordate di immortalarci insieme durante il concerto. 
Neanche quando è saltata la corrente nel bel mezzo del concerto e abbiamo visto la band posare gli strumenti e trottare verso il backstage senza guardarsi indietro (e in molti ci siamo chiesti quante teste sarebbero saltate e se il concerto sarebbe ripreso, per poi sorridere di sollievo quando sono rientrati e Manuel ha detto: "E' bello questo posto, c'è dell'elettricità nell'aria").
E neanche dopo, di fronte agli schiaccini della Farmacia dei Sani e davanti a birra e mojito a due passi dalla Fortezza.


Sarebbe stato bello scattare una foto a una Firenze addormentata ma ancora a suo modo pulsante, adrenalinica. Alle tre del mattino le città hanno una voce che si riesce a sentire non tanto con le orecchie, quanto con la pelle. 





(qui l'intervista di Leonardo Capanni a Giorgio Prette, sempre per Te La Do Io Firenze)

[ Musica] Afterhours

Buonasera!
E' da tantissimo che non posto a quest'ora, ma dato che ho latitato tutto il fine settimana avevo voglia di fare una capatina. 
Oggi ho ricevuto il comunicato stampa dell'ultimo album degli Afterhours: benché avessi già acquistato il numero di XL che riportava la loro intervista e tutte le informazioni che state per leggere, non avevo ancora visto il video che trovate a fondo pagina.

Manca poco meno di un mese e mezzo all'uscita dell'album, ma io sono in fervente attesa. 
Bello sentirsi così. 
Vi copio/incollo il comunicato e vado a pulire la cucina dai resti della nostra cena, buona serata e buon inizio di settimana a tutte!


AFTERHOURS
 PADANIA
 nuovo album in uscita il 17 aprile 2012
 
Il 17 aprile uscirà il nuovo album degli Afterhours, il primo dopo I milanesi ammazzano il sabato del 2008 e dopo il progetto Il paese è reale del 2009, realizzato insieme ad altri 18 artisti della scena alternativa italiana.

Reduce da una straordinaria esperienza negli Stati Uniti, documentata dall’imperdibile serie di trasmissioni Jack On Tour su DeeJay Television e dal CD Meet some freaks on Route 66, pubblicato in allegato a XL di Repubblica del mese di marzo, il gruppo ha appena concluso le registrazioni del suo nuovo lavoro, co-prodotto da Manuel Agnelli e Tommaso Colliva.

Per il loro decimo album di studio, intitolato Padania, gli Afterhours hanno deciso di scegliere decisamente la strada della completa autoproduzione, affidandone la distribuzione ad Artist First. Come rivela il titolo, il gruppo affronta con l’abituale determinazione, consapevolezza e capacità di provocazione argomenti attuali e scottanti. «Padania è uno stato mentale», dice Manuel Agnelli, «non ha confini geografici, è uno stato della mente e dell’anima. È il nome che meglio rappresenta la disperazione di uomini che sanno di poter avere tutto tranne che se stessi. È una corsa impazzita ad occhi chiusi sperando di arrivare più lontano possibile da quello che non vogliamo sapere di essere. È la forza oscura che ti spinge a diventare quello che non sei. La canzone parla di una persona che vuole cambiare la propria vita e il proprio destino (come la maggior parte di tutti noi), perché crede che ci debba essere qualcosa di più del destino e della fortuna. È un desiderio così forte che diventa un’ossessione e questa ossessione diventa una maledizione, che la porta a vincere tutte le sue battaglie ma a dimenticarsi del perché sta combattendo. A realizzare tutto. Tranne che se stesso.»

Intanto, a partire dal 1° marzo è possibile vedere gli Afterhours nel video del brano La tempesta è in arrivo, realizzato per i titoli di testa di Faccia D’Angelo – miniserie in due parti prodotta da Sky Cinema che racconta la storia romanzata del boss della cosiddetta Mala del Brenta. Un abile "imprenditore del crimine" dalla faccia d'angelo, ma spietato ed efferato, interpretato da uno dei migliori attori della sua generazione: Elio Germano. Attraverso furti, rapine spettacolari, traffico di droga, gioco d'azzardo, seminò per quasi vent'anni il terrore in un Veneto in pieno boom economico. Fino alla resa dei conti: braccato dalle forze dell'ordine, e dopo evasioni rocambolesche, la sconfitta è inevitabile per un uomo che, per il potere, aveva rinunciato a tutto. La miniserie andrà in onda il 12 e 19 marzo alle 21.10 su Sky Cinema 1HD (canale 301).



Gli Afterhours torneranno in tour a partire da giugno 2012.

Di Whitney Houston e di quando le bambine diventano adolescenti

Avevo un altro post in testa per oggi, ma ieri mi sono svegliata con la notizia della morte di Whitney Houston e allora, giusto per arrivare dopo la musica, ho deciso di dedicare questo lunedì a lei e ai ricordi legati a quella splendida voce che si portava dietro. 

Il primo ricordo è, intanto, la ressa in quel cinema l'anno in cui uscì The Bodyguard e io, 12 anni appena compiuti, pur di non rinunciare alla visione del film trascinai mamma e l'amica Benedetta (forse c'era anche Giulia, anzi, sono quasi sicura che ci fosse anche lei) nell'unico luogo della platea dove fossero rimasti dei posti a sedere contigui: in prima fila. In 31 anni di vita non ho mai assistito alla proiezione di un film in una posizione così scomoda (a uno spettacolo teatrale sì, quando andai a vedere Paolini che portava I cani del Gas al Teatro Verdi di Pisa: loggione laterale, seconda fila. Non solo non si vedeva niente, ma si sentiva anche poco e c'era pure un caldo della miseria), neanche quando mi sparai Jurassic Park sugli scalini dell'uscita d'emergenza. Però non c'è minuto che io non abbia amato di quel film. Perfino la battuta che lì per lì non capii, e che faceva più o meno così: "Il maniaco si è introdotto in casa sua, si è masturbato nel suo letto e se n'è andato". Ecco, io non capivo come avessero fatto a capire che si fosse masturbato. Avevano forse delle telecamere nascoste? Allora se erano servite a vedere cosa aveva fatto, perché non erano buone per vedere che faccia avesse questo tizio? Dopo aver perso circa cinque minuti in elucubrazioni del genere, misi via la faccenda e mi dedicai di nuovo al film. Per diversi anni non ci ho pensato, finché una sera, la classica sera tra universitari ammucchiati su divano e pavimento, con birre alla mano e posacenere straripanti, nell'ambito di una conversazione dal tema "Battute di film che non ho mai capito", non mi è tornata in mente. Ma prima ancora di arrivare alla fine della battuta, Biancaneve si svegliò: "Oh, mi sa che l'ho capita solo ora". Be', meglio tardi che mai. 


Ma insomma, il punto è un altro: la mia amica Veronica e io da quel momento in poi trovammo una nuova colonna sonora ai nostri pomeriggi di gioco (sì, io ho giocato fino alla fine della terza media. Complice anche il fatto che Veronica avesse 4 anni in meno di me e abitasse nel palazzo accanto al mio, i miei pomeriggi casalinghi erano: compiti-gioco-merenda-gioco): a dare tregua alle musicassette di Jovanotti, Lisa Stansfield e gli Europe, era arrivata quella di Whitney Houston. E giù a cercare di cantare I will always love you. Qualcuno ci aveva messo in testa che i cantanti, quando provano, ascoltano la base con una cuffia e lasciano l'altro orecchio libero, per sentire la propria voce. Noi la base non ce l'avevamo, ma attaccavamo le auricolari alla radio (la stessa con cui, più o meno nello stesso periodo, avevo iniziato ad ascoltare Radio DeeJay), mandavamo avanti o indietro veloce fino al brano del nostro cuore e, un orecchio libero a testa, ci scatenavamo con gli acuti. Senza riscaldare la voce, senza avere altre nozioni di musica che la scala sul pianoforte di mio zio e quelle tre strimpellate di flauto dolce a scuola, ché pareva di essere alla stazione quando passa l'accelerato. Noi due in una stanza in silenzio, a muoversi come grandi cantanti soul -ma incatenate alla radio, come un guinzaglio con poco gioco- e poi all'improvviso una gran serie di miagolii, stridii e dispiegamenti di polmoni. Credo che mio nonno, qualche anno dopo, non sia morto per cause naturali, ma che si sia suicidato. 

Però, quando entrava quella botta di batteria, e sembrava che ti si accendessero dei gran riflettori davanti e ci fosse una platea urlante davanti a te, quello era il momento di dar fondo all'ultima riserva di voce  end aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaai uill olueis looooooooov iuuuuuuuuuuuu ci sentivamo proprio dive, di quelle vere, con i tacchi alti e non le babbucce da casa, i microfoni e non i pennarelli Carioca. A un certo punto ho collegato la portentosa durata dell'acuto a quel vibrare del mento che si vede così bene nel video, quando lei è in mezzo alla neve: ho provato tanto a imitarlo -sempre senza alcuna nozione di canto, of course- e il risultato è stato solo quello di dissimulare la commozione quando arrivavo a quel punto del brano. Sì, perché ci sono canzoni che non riesco a cantare senza commuovermi, ogni volta, anche se le canto da 20 anni. E I will always love you è una di queste. 

Fonte foto: stardustmovies.com
Per anni ho desiderato quel caschetto. Io che avevo una chioma riccia fin quasi al sedere, vedevo quel caschetto mosso come una vera magia: se una donna di colore, con capelli geneticamente tendenti al crespo, era in grado di gestirlo, perché non io? Quando l'ho ottenuto, ho capito la differenza tra un buon taglio e uno staff di acconciatori che ti seguono passo passo. Alla tenera età di 16 anni, in partenza per la gita di classe a Venezia con una testa che pareva un fungo atomico, capii anche la differenza tra l'essere bambine ed essere adolescenti: bambina è quella che si tiene la chioma che le è toccata in dote, adolescente è colei che si metterebbe volentieri una busta di plastica in testa per non farsi vedere, ma ormai che il danno è fatto (e l'umidità di Venezia fa il resto) si dipinge la bocca con un rossetto marrone opaco di Layla e prova a sorridere nelle foto in piazza San Marco. 

Whitney è stato questo per me: sarei bugiarda a dire che è stata la star che più ho amato nella mia vita, ma mentirei anche se dicessi che non ha lasciato alcun segno nella bambina che ero e nella ragazzina che sono stata. Nicola Savino ieri mattina su Twitter ha scritto: "Ecco, un altro pezzetto della mia adolescenza muore con Whitney Houston". Forse è così anche per me.

Forse un giorno applicherò ciò che adesso so sull'uso della voce in teatro (perché alla fine, le lezioni di canto continuo a non averle ancora prese) per riprovare a cantare fino in fondo I will always love you
Un giorno. 
Adesso no, perché oggi mi commuoverei alla prima nota, son sicura. 

30 anni di RadioDeeJay



Radio DeeJay oggi compie 30 anni e ieri sera ha festeggiato con una megafesta a Milano in cui forse non avrei voluto essere per via della folla, ma che ho sbocconcellato in streaming dalle 23.00 in poi* e celebrato in cuor mio con tutto l'affetto dei 20 anni che io ho passato insieme a lei. 


Era l'estate del 1992 e il logo di RadioDeeJay era questo. 
Qualche mese prima avevo ricevuto in regalo da mio zio - che all'epoca aveva un negozio di dischi - un calendario con le facce dei deejay più famosi della radio e una compilation con i successi della stagione e stavo iniziando a dare una voce alle facce (sì, esatto, tutto il contrario di quello che si fa di solito con la musica e la radio). 
Era estate e io avevo già il vizio di mettermi a sedere per terra: con la radio/mangiacassette appoggiata sul pavimento accanto a me scribacchiavo con le mie cosciotte da dodicenne che si appiccicavano sulle mattonelle per il caldo. Sono quasi sicura che il primo programma su cui io mi sia sintonizzata fosse DeeJay Time, nel primo pomeriggio, con Albertino, la musica da discoteca, Giuseppe e la Bambina nel Tombino. 
Sì, sono stata un'amica della cassettina.
In terza media mi sparavo due ore di musica tamarrissima da discoteca senza batter ciglio, mentre facevo gli esercizi di analisi del periodo. 
Jovanotti, Gerry Scotti e Fiorello forse non erano già più del gruppo, ma ho fatto in tempo a beccare Amadeus e Baldini, for sure. 
Avevo una cotta per Baldini, lo ammetto. 



Ho passato un Capodanno in compagnia di Radio DeeJay - ancora la stessa radio/mangiacassette nella mia cameretta, non ricordo dove fossero, forse Rimini? Credo fosse il 1993, perché poi dal 1994, essendo ormai un'adultissima studentessa liceale, ho iniziato a uscire la sera di Capodanno (mah... almeno i primi anni mi sarei divertita di più se fossi rimasta a casa di fianco alla mia radio/mangiacassette, ve lo assicuro)

Erano i tempi in cui Federica Panicucci portava ancora quegli allarmanti capelli da Barbie Babbiona e io volevo diventare Paoletta. 
"Voglio essere come Paolettadiradiodeejay", dissi tutto d'un fiato quando il proprietario di una radio locale mi offrì di lavorare (be', sì, non pagata ovviamente... hanno iniziato presto a tentare d'inchiappettarmi con questa storia del lavoro non retribuito) con lui. Non durò -non ho neanche provato una volta a registrare un notiziario, figuriamoci se avrei mai osato una diretta - ma non vi dico il dolore quando Paoletta se ne andò. 


La domenica c'era DomenicaDedica, con i deejay che si alternavano a leggere le pateticissime dediche degli ascoltatori, e ogni giorno, allo scoccare di ogni ora (o almeno dalle 10 alle 18) c'era una canzone a tema, e il tema cambiava ogni giorno, a seconda di qualche ricorrenza particolare o per lanciare i dischi in uscita (tenete presente che era il tempo in cui i bootleg erano il massimo della trasgressione discografica, la funzione di anteprima della radio era veramente determinante allora). Per esempio ricordo quando uscì These Days di BonJovi. Prima canzone sentita: This Ain't a LoveSong - mamma mi stava phonando i capelli in cucina, ma io mi ero portata dietro radio e orologio, per tenere d'occhio la situazione e non perdermi neanche una nota. 
Poi ricordo che il giorno dei funerali di Battisti misero tutto il giorno sue canzoni, e che il giorno di San Valentino del 2001 -il primo San Valentino in cui avevo un ragazzo! Giubilo! Anche se poi si rivelò una ciofeca di ragazzo- ogni ora andava in onda una canzoncina con una vocetta robotica che cantava una cosa tipo "Ti voglio bene, I love you, I love you" che ho provato a cercare su Google, ma perfino lui mi ha chiesto di cosa mi facessi all'epoca. Eppure non me la sono inventata, lo giuro, chiedetelo a Federico, uno dei coinquilini del mio appartamento da studentessa universitaria, che quel giorno uscì di cervello insieme a me, perché quella vocina entrava nel capo come un martello, e ogni ora io alzavo la radio e lui mollava i libri e veniva a saltellare insieme a me in camera mia, perché anche se la mia storia d'amore rischiò di finire in tragedia io ancora non lo sapevo, e avevo voglia di festeggiare ed essere felice, anche insieme ai miei coinquilini. 
Poi mi sa che hanno smesso di trasmettere le canzoni a tema, questa storia d'amore-ciofeca deve aver portato sfiga indirettamente anche a RadioDeeJay.

I notiziari del mattino mi hanno scandito più di una mattinata di studio matto e disperatissimo, coi calzettoni di lana -o le infradito di gomma, se si parla di sessioni estive-, gli occhiali sul naso, il mollettone in testa e il cellulare seduto sulla poltroncina portacellulare, bene in vista. 

In quegli stessi anni, in mancanza di qualcuno che mi raccontasse le favole, mi sono addormentata tante volte con la voce di Alessio Bertallot (con quella voce. Con quella voce!) in sottofondo, in pieno trip da trip hop
MassiveAttack, Portishead, Tricky, Bjork, Jamiroquay... tutta gente che amo così tanto anche grazie al buon Alessio e a B-Side. 
Dopo Baldini è stata la volta della cotta per lui, e anche per Enrico Silvestrin. 
Ma di più per Bertallot. Con quella voce! 


Negli anni ho iniziato a preferire DeeJay Chiama Italia a DeeJay Time (anche se, durante i tragitti in auto per andare a ballare con le amiche, i programmi di musica dance del venerdì o del sabato sera hanno continuato ad accompagnarci, almeno finché non abbiamo smesso di macinare chilometri per andare in discoteca).

Mi sono appassionata a Nikki (ma voi ve lo ricordate quando cantava L'Ultimo Bicchiere e Me Ne Adrò?), alla Pina (dai, la Pina che cantava Sto Bene Quando Sto con le mie Amiche ve la ricordate, su! Io avevo comprato anche Piovono Angeli, e dicevo cose abominevoli tipo "messa giù da gara", ché poi nessuno mi capiva e io mi sentivo alternativissima) e a Diego. 
Ho cantato a squarciagola tutte le canzoni di Natale, anno dopo anno. 
Commuovendomi (sono sicura che non lo mettevate neanche in dubbio).



Immaginate la tragedia quando, dopo essermi trasferita, ho scoperto che al paese del mio ragazzo non c'è frequenza su cui RadioDeeJay si senta decentemente. Mi è sembrato che questa convivenza non iniziasse certo con delle buone premesse. Per fortuna dal sito si riesce anche a seguire le dirette on line: questo mi ha risparmiato diversi malumori. E lo scorso anno, durante le vacanze di Natale a Londra, non avendo a disposizione la tv ma una connessione e il mio netbook, ogni volta che entravamo in casa ci sintonizzavamo. 

Mi sono andata a cercare la pagina di Wikipedia, per vedere se dimenticavo qualcosa/qualcuno, e ho scoperto che sì, ci sarebbe da scrivere per altre 3 ore di tutto quello che mi è piaciuto in questi anni. 



Quella con RadioDeeJay è la storia d'amore più lunga che ho avuto in quasi 32 anni di vita... è normale che ci siano decine e decine di aneddoti. E ce ne saranno ancora di più, a venire, perché ho l'impressione che la nostra sia una storia destinata a durare. 


*no, non avevo eventi mondani che mi avevano tenuta lontana dal pc. Dovevo vedere la seconda puntata della fiction su RaiUno, La vita che corre, dove mia cugina aveva una piccola parte. Ed era bellissima. E' stata in scena 2 minuti in tutto, ma hanno smesso di tremarmi le gambe per l'emozione dopo 2 ore. 

[Remix in pics] Novembre

Novembre è passato come un soffio: ieri era appena finita l'estate, e domani sarà già Natale. 
Novembre è passato con la voglia di cantare mentre ci si stira i muscoli, e i calzettoni a strisce ai piedi, e i salti sulla pedana di legno di Caligola. Con l'ossessione dei rossetti rossi da portare in scena, e in un batter di ciglia ci siamo trovati ad andarci davvero, in scena.



In scena ci sono andata con lo smalto del mio trentesimo compleanno e si potrebbe quindi dire che il colore del mese sia stato il rosso

 ma lo smalto acquistato nel mese di novembre è stato questo: 611, Exquis, collezione natalizia di Dior (della quale ho ignorato i rossi perché avevo in testa il mantra "di rossi ne ho già" e ci sono andata un po' col paraocchi, lo devo ammettere, ma sono molto soddisfatta di questo acquisto) 


Siccome l'inverno ancora latita, le scarpe che mi hanno portato in giro la maggior parte del tempo sono un paio di ballerine simil-struzzo coi contorni pelosetti. Niente, il minimalismo non mi si vuol posare addosso, non c'è niente da fare. 


 E novembre purtroppo è stato anche il mese in cui la nostra orsetta russa PinoLina ci ha lasciati. 
Il giorno in cui mia nonna avrebbe dovuto compiere 87 anni, il 17 novembre. 
Il posto della sua gabbietta adesso è stato preso da un cumulo di riviste e libri, ma non è la stessa cosa. 

La colonna sonora di questo mese: When you finish me - The Black Heart Procession. Come da migliore tradizione, le canzoni che mi si incollano al cuore provengono da lezioni o spettacoli teatrali. Questa viene direttamente da una lezione di Chiara, più in particolare è stato il tappeto musicale di un esercizio che coinvolgeva me e altre 5 persone. Quando si dice il destino, eh!


E domani è già dicembre. 
Già, già dicembre.
C'è un sole splendido, qualcosa vorrà dire.

GOD IS SOUND - Afterhours a Piombino (Li) - 29 luglio 2011

Era il primo concerto, dopo anni, a cui assistevo insieme a Kikka, Federico (coi quali mi avventurai anche all'MTV Day di Bologna, edizione 1999, di cui forse vi parlerò, un giorno, se proprio volete morire dalle risate) e Claudio. Il primo insieme a Emanuele, il fratellino di Claudio, e le grintosissime Ilenia e Silvia. 
Voleva essere un post pieno di quelle piccole foto insignificanti ai più, ma che raccontano la storia della serata: volevo fotografare i panini e le birre del pre-concerto, le nostre "facce da concerto", entusiaste prima dell'inizio dello spettacolo, estasiate durante, devastate alla fine. 
Volevo immortalare le sigarette spente al volo mentre le luci si abbassano e la musica inizia, le mani tese in aria, le scarpe sporche, i bicchieri di plastica sparsi per la piazza alla fine di tutto. E magari registrare un po' delle nostre voci rauche mentre ci sgolavamo a cantare Bye Bye Bombay. Speravo di sentire Musa di nessuno, e avere ancora un po' di batteria per riprenderne un pezzetto. Ma alle 20 il mio cellulare si è cappottato, e addio foto. Quando ho capito che si stava mettendo male con la batteria ho rinunciato a scattare foto prima del concerto, ma non è bastato: non ho neanche potuto chiamare Riccardo per la classica telefonata in cui chi è rimasto a casa esita un attimo perché non capisce come mai te che sei al concerto stai chiamando a quell'ora, e quando dice "Pronto" per un po' sente solo un gran brusio ma piano piano riesce a capire che quel casino è una canzone, e per un po' riesce anche a capirla, e canticchiarla, finché dall'altra parte chi ha chiamato grida "Hai sentito? Ti amo! Vorrei tu fossi qui!". 
Ma in fin dei conti non c'è nessuna canzone degli Afterhours che Riccardo avrebbe potuto riconoscere veramente, e allora non avrebbe avuto tutto quel senso. 
Chiara sì, avrebbe capito, al volo. A lei avrei fatto ascoltare La vedova bianca o La sottile linea bianca. Tanto per far dimezzare la voce anche a lei in un colpo solo. 

E invece ci siamo dovuti accontentare di fare quello che si faceva ai concerti prima dell'avvento dei cellulari: saltare, gridare, piagnucolare, tenersi la mano, difendersi dal pogo troppo violento, specialmente ora che l'età avanza, perdere la voce, guardare il cielo e pensare: "Voglio che questo concerto non finisca mai". Comprare una maglietta, anche, perché finalmente, a differenza dei tempi in cui eravamo veramente delle bestie da concerto, comprare un biglietto e una maglietta non rischia di mettere a repentaglio il bilancio di tutto il mese. 
Sono stata in grossa crisi per la scelta tra la t-shirt con la piovra della locandina del tour e quella con la scritta God is Sound, come quella con cui il signor Agnelli si è presentato in scena

fonte
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Sì, l'ho pensato anch'io: "Quest'uomo è un genio". Ma anche "Si è bevuto il cervello", perché quando è apparso sul palco il contrasto tra la mise leggermente aggressiva e il piglio stralunato incorniciato da chiome extra-straight che lo faceva somigliare più del necessario a Severus Piton di HP, ci aveva fatto temere il tracollo pre-geriatrico. E invece, signore mie... sarà che l'amore assoluto che provo per Agnelli mi priva di imparzialità, sarà che quando prende in mano quella chitarra mi iniziano a strillare anche le budella, sarà che sì, puoi ascoltare i dischi quanto vuoi, ma ai concerti sentirai sempre qualcosa di diverso... insomma, dopo le prime due strofe della canzone d'apertura (La verità che ricordavo) io ero già in delirio. 
E, qui lo dico e qui lo nego, pronta a tatuarmi quella scritta in un posto che ancora non so. 
C'è che il signor Agnelli - qui lo dico e qui lo ribadisco, tanto ormai dopo i discorsi che mi hanno sentito fare ieri sera il pudore l'ho perso del tutto - anche se gli anni passano varrebbe bene una strapazzata. Con quel braccio pallido, sì, ma scolpito al punto giusto che non ti aspetteresti su un uomo che ha i fianchi di Kate Moss, poi. A ogni pizzicata di corda, un guizzo del bicipite. Non mi ci fate pensare, ché mi commuovo di nuovo.
C'è che c'è stato un momento in cui avrei barattato la possibilità di saltare e urlare per avere una macchina fotografica vera e trovarmi appoggiata alla transenna a fare foto (cosa che non mi avrebbe impedito comunque di urlare e lanciare baci e magari anche sollevare le mani di tanto in tanto), perché è come se ormai i miei veri occhi fossero solo dentro un obiettivo. Mi emoziono, sì, e tanto, ma vedo e sento meglio attraverso l'apparecchio fotografico. La prossima volta, ormai.
C'è che quando esci da un concerto coi piedi, la schiena, le gambe a pezzi, la gola in fiamme, la maglia e i capelli zuppi di sudore, e gli occhi che sembrano pulsare ancora di musica e parole, no, non c'è niente di più bello. 
Anche se non mi avete fatto Musa di nessuno (ma in compenso ho avuto Pelle, e direi di poterci stare).

Alla fine del concerto, dicevamo, pieni di lividi e con l'adrenalina ancora in circolo, ci siamo appostati in cerca di autografi. E io ho fatto quello che ho fatto sempre: me ne sono rimasta in un angolo, a vedere Manuel e gli altri che baciavano, stringevano mani, parlavano e si lasciavano fotografare insieme ai fan. Non mi sono neanche avvicinata a sentire la loro voce. Mi succede sempre così: blatero, blatero, blatero, mi strappo i capelli... ma poi preferisco che il mito rimanga lì, a un passo di distanza, dov'è giusto che stia perché sia ancora un mito. Però la prossima volta, se mi capita, voglio provare a fare qualche passo in più per cercare di vedere da vicino le mani di Manuel. Se non avrò paura di fare del male al mio sogno, una gliela stringerò anche, per sentire com'è la pelle di chi ha scritto cose come tu sei troppo bianca per restare mano nella mano con te stessa e non voglio certo che tu sia la mia più bella cosa mai successa.

E la maglietta? Quale ho preso alla fine? 
E come farò a ricominciare a parlare senza cantilenare strofe delle canzoni degli Afterhours? 
Ma soprattutto, quando potrò ricominciare a parlare?

Che sapore ha il primo maggio?

Per me il primo maggio ha sempre avuto il profumo di baccelli freschi e di cacio pecorino.
I miei zii venivano giù da Torino e via alle gozzoviglie!
Con gli anni ha preso a sapere anche di vino rosso, di goffe partite a pallavolo su prati affollati, della prima, timida abbronzatura e un paio di volte anche del primo bagno della stagione (poi mi sono trasformata in una freddolosa cronica e ho sempre mandato avanti gli altri).
Un anno il primo maggio sono tornata dalla gita in Danimarca, lasciando l'aeroporto di Copenhagen con le lacrime agli occhi e cantando Brothers in arms a una voce sola coi miei nuovi amici, un'altra volta ho passeggiato con una collega per una Bruxelles deserta.
Ho rischiato di farmi sparare da un militare per una strada sperduta delle campagne toscane, augurandogli "Buona giornata" dopo che ci aveva controllato i documenti sotto il sole cocente mentre tutti facevano scampagnate e Riccardo e io ascoltavamo a tutto volume il concertone alla radio
(a proposito, era l'edizione condotta da Bisio che andava in onda con una differita di circa 30 secondi, quando si dice che siamo un paese libero).
A volte ho lavorato, ma senza sentirmi troppo sacrificata, perché in fondo il lavoro va preso quando c'è.
Il primo 1. maggio insieme a Riccardo l'abbiamo passato a letto, nel mio appartamento da studentessa a Pisa. L'anno prima pioveva, io preparavo un esame di linguistica mentre vedevo il concertone in tv, avevo il cuore a pezzi e pioveva a dirotto.
Quasi sempre la musica l'ha fatta da padrona, in qualche modo.
Al famoso concertone di Roma non ci sono mai stata, alla fine: con gli anni sono diventata insofferente alle folle troppo numerose, ma ho sviluppato una preferenza verso i luoghi dove si riuniscono piccole quantità di persone per ballare, ascoltare musica e pensare.

Ieri ho trovato il posto ideale: nel piazzale di Villa Lanzi, un'area per lo più deserta ai piedi della Rocca di San Silvestro (Campiglia Mma, Li), si sono raccolti in tanti.
Con Rabbia e con Amore è il titolo della manifestazione dove ancora una volta ho sentito i Creuza de Ma cantare De André, dove i migranti che hanno trovato una nuova casa in questa zona hanno condiviso con noi danze e sonorità delle loro terre lontane. E dove ho visto le ragazze della scuola di danza Soul of Dance tenere il pubblico sintonizzato sulle loro frequenze per una buona mezz'ora, mentre loro portavano l'attenzione al delicato tema delle morti sul lavoro,
legato indissolubilmente al diritto dell'uomo al lavoro, alla salute, alla dignità.
Una danza scandita da documenti sulle vittime di ambienti di lavoro non sufficientemente sicuri, guarnita con l'intensa espressività delle giovani danzatrici, con le loro (e le nostre) lacrime per buona parte della loro esibizione, che si è conclusa nel bel mezzo dell'installazione a cura di Eraldo Ridi che aveva come tema, appunto, il continuo sgocciolare di vite che ogni anno avviene nei luoghi di lavoro.












Se c'è ancora l'idea che durante i giorni di festa si debba spegnere il cervello,
è bene togliere di mezzo questa convinzione, al più presto.

Quando, risaliti in macchina, abbiamo sentito i Modena City Ramblers alla radio, è stato un proseguimento più che adatto al nostro pomeriggio:



Infine, loro: senza la Bandabardò che primo maggio è?



E per voi? Che sapore, che odore, che musica ha il primo maggio?

Grazie dei fiori (e non solo), Nilla

Le nonne hanno il brutto vizio di andarsene, a un certo punto. 
Sia le nonne con cui abbiamo legami di sangue, sia quelle con cui abbiamo legami culturali. 
Entrambe le categorie di nonne, però, lasciano dietro di loro la propria eredità. 
Grazie, grandissima "nonna Nilla". 



La colonna sonora di 30 anni di vita

Oggi compio 30 anni, e finalmente inizio a sentirmi "in pari" con la mia vita. Come molte delle persone che mi conoscono da tempo sanno già, sono convinta di avere 30 anni da quando ne avevo circa 22, quindi ho passato buona parte dello scorso decennio rimproverando me stessa per essere "in ritardo" sulla mia vita. Secondo la mia visione distorta della situazione dovevo avere un lavoro, una casa, un equilibrio che effettivamente non potevo esigere, perché non tutto dipende da me, non sempre almeno. Imparato questo, ho imparato a darmi un po' di tempo, mi sono lentamente abituata a vivere l'oggi e non il domani. E ho capito che per tutto ci vuole il tempo che ci vuole, non si può sempre annaspare per avvicinarsi alla meta, è più utile un passo deciso e costante. Oggi, accolgo i miei 30 anni con la stessa trepidazione con cui all'epoca ho accolto i miei 18 anni, ma con più consapevolezza: a 18 anni credevo ancora di poter dominare il mondo solo grazie alla mia testolina e al mio coraggio, ora so che sono poche le cose che si possono comandare, ma che si possono fare miracoli col proprio impegno, e con l'empatia con le altre persone. Oggi, finalmente, ho l'età che mi sento.

L'importante, scherzano le persone di cui parlavo prima, è che ora io non mi metta a correre come una forsennata verso i 40, ma ormai credo di avere esaurito le forze in questa attesa. Sono diventata una fondista, finalmente.

E cosa ho fatto in questi miei 30 anni? Ho dedicato molto tempo alla danza, moltissimo alla scrittura e alla lettura, ancora di più al teatro. 16 anni tondi tondi dedicati allo studio delle lingue straniere, quasi la metà all'insegnamento delle stesse. Ho camminato così tanto da distruggere svariate paia di anfibi, ho mangiato più gelato del necessario, ho riempito e svuotato moltissime valigie, ho ingrassato qualche Smemoranda prima e qualche Moleskine poi, sono stata in equilibrio precario sui tacchi, mi sono nascosta le mani dentro le maniche dei maglioni, ho perso la voce a ogni partita di basket e a ogni concerto, ho premuto il tasto di molte macchine fotografiche prima di innamorarmi della mia Canon, comunque rimpiangendo di non avere sottomano una macchina fotografica in molte occasioni, a occhio e croce ho speso un patrimonio in trucchi e profumi, ho vissuto alcuni amori sbagliati prima di incontrare quello vero, ormai quasi 9 anni fa. Ho lottato col mio corpo, col mio peso, coi miei capelli. Ho sorriso molto. Ho pianto molto. Ho riso da star male, ho desiderato morire molte volte, ma sono state più le volte in cui ho riso. Ho sbattuto molte porte, ho perso alcuni treni, in treno ho conosciuto persone che poi sono diventate amiche, ho letto, ho scritto, ho dormito e ho sognato a occhi aperti col naso appiccicato al finestrino. Mi sono sentita a casa in molti luoghi. Ho incontrato molte persone speciali, soprattutto. Quelle veramente speciali sono rimaste con me, malgrado la lontananza e le vite reciproche che ci permettono raramente di vederci o sentirci, le altre il tempo le quasi cancellate. Ce ne sono alcune che non sono più con me malgrado l'amore che ci legava, i miei nonni, il mio amico d'infanzia Massimo e altri che comunque sono al mio fianco in ogni momento.

E c'è una cosa che unisce tutto: la musica. In queste ultime settimane, anche grazie al contributo di parenti e amici ai quali ho chiesto di "regalarmi" una canzone che descrivesse i momenti che abbiamo vissuto insieme, il nostro rapporto, ho raccolto le canzoni che parlano di me, del mio percorso. Ho scavato nella memoria, sono andata a cercare le canzoni cantate al mare, a ricreazione, nelle sere tra amici, nei viaggi in macchina o in treno, sotto la doccia, davanti a microfoni improvvisati. Quelle ascoltate e riascoltate. Quelle che mi hanno accompagnata in scena, o nei training. Quelle che mi fanno piangere anche dopo 1000 volte che le ascolto, quelle che mi fanno venir voglia di ballare. Sono più di 200, tra tutte, e sono sicura che continuerò ad aggiornare la cartella per molto altro tempo. E che presto ci saranno anche nuove canzoni da inserire. Ma per quelle faremo una cartella a parte, divisa per i decenni successivi...

Chi ha paura del parrucchiere?

Io no!
Mia nonna diceva sempre: "Taglia, taglia, tanto se sei in salute ricrescono.
Se non sei in salute, i capelli sono l'ultimo dei tuoi problemi"
Era una donna pratica, mia nonna. Ha fatto la parrucchiera fino agli anni 60, poi ha continuato a tagliare i capelli alla famiglia fino verso la fine degli anni 80. Dopo, ha iniziato ad avere problemi di vista sempre più consistenti, ma neanche nei suoi ultimi mesi di vita, quando ormai non ci vedeva quasi più, rinunciava a dire la sua sui miei tagli di capelli: toccandomi la testa con la punta delle dita era in grado di valutare le scalature e immaginare come mi sarebbe stata una certa acconciatura. Ricordo che quando nel 2005 mi rasai a macchinetta iniziò subito a pensare a quali tagli avrei potuto farmi qando avessi deciso di farmi ricrescere i capelli. Diceva che sono fortunata, perché le ultime parrucchiere che ho avuto hanno capito i miei capelli e mi fanno tagli da riccia, senza adularmi con tagli strabilianti al momento di uscire dal salone che poi si rivelano ingestibili al primo shampoo casalingo. Se considerate che a 29 anni e tre quarti l'unica cosa che so fare coi miei capelli è attaccare la presa dell'asciugacapelli (e non sempre, perché spesso e volentieri li asciugo in modo naturale), capite bene quanto questa caratteristica sia preziosa, per me.

E quindi.
Come mi ero ripromessa, partirò per Berlino molto, molto più leggera.
Purtroppo solo dal punto di vista delle mie chiome, perché mi sa che invece in valigia dovremo metttere capi ben più pesanti di quelli che avevo pensato di portare per una romantica Pasqua all'estero. Ma tant'è... domani l'ultima controllata al meteo e chiuderemo le valigie.
Intanto, ascolto i Baustelle per assecondare l'atmosfera Seventies che mi sento addosso... buona giornata!!

Who's afraid of the hairdresser?
I'm not!
My granny used to day: "Have them cut! If you're in health, your hair will grow again. If you're not in health, your hair will be the least of your problems"
She used to be a hairdresser, and she has given me advices on my hair until the very last weeks of her life, even if she was almost blind. She said that I'm lucky because my hairdresser "understands" my curly hair and respects them, not trying to disguise them in hairstyles that suit me only for the first moments... but are a disaster as soon as you're at home!

So, I'm about to leave to Berlin much lighter than before - unfortunately I think I still will have to bring something heavy with me - my luggage, since it's much colder than I thought for a romantic holiday abroad.

I'm listening to Baustelle right now... I'm feeling very Seventies lately!
Have a nice day!




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